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SINTESI CONVEGNO POLO NORD, ARTICO E GROENLANDIA: APPROFONDIEMNTO SCIENTIFICO.
 



3° Convegno Polo Nord, Artico e Groenlandia. Milano, 28 e 29 maggio 2009
Artico e Groenlandia: ricerca scientifica, ghiacciai e popolazione, coordinato dal prof. Claudio Smiraglia.

PREMESSA
La Groenlandia il 21 giugno 2009 diventa il primo Stato Inuit anche secon uno sviluppo dell'autonomia concordata con la Danimarca.
L’Artico vede aumentare il suo ruolo geo-strategico alla luce dei cambiamenti climatici e giuridici in corso. Il turismo vede crescere fortemente le presenze nel Grande Nord. Il progetto Carta dei Popoli Artici ha raggiunto significativi risultati dalla spedizione in Groenlandia nel Luglio 2008.
Il Convegno ha rievocato la figura di Leonardo Bonzi e il volo effettuato al Polo Nord insieme al Generale Vincenzo Camporini, attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, a ricordo dei dispersi nella spedizione polare Dirigibile Italia, guidata da Umberto Nobile:
Le rievocazine della figura di Leonardo Bonzi è una scelta del Direttivo del Circolo Polare, su segnalazione di Manuel Cazzaniga della Seiviaggi: Bonzi è il primo esploratore italiano in Groenlandia, oltre che un grande ed eclettico personaggio, naturalmente dimenticato dalla storia, dai milanesi e dagli italiani.

Sfida geopolitica al Polo Nord e la “wider autonomy” della Groenlandia.
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Leonardo Bonzi e la spedizione in Groenlandia del 1934.
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Volo rievocativo al Polo Nord e il messaggio del Gen. Vincenzo Camporini
.
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Approfondimento scientifico, coordinato il prof. Claudio Smiraglia.

Ore 10.00 29 maggio, mattina: approfondimento scientifico, coordina il prof. Claudio Smiraglia.
Laura De Santis: OGS - Ricerca Scientifica nell'Artico.
Ottorino Tosti: Glaciospeleologia in Groenlandia.
Gianluca Frinchillucci (non intervenuto): Il Progetto Carta dei Popoli Artici e la Groenlandia orientale. Ricordo di Silvio Zavatti.
Davide Peluzzi: Monti senza Nome, dal Gran Sasso d'Italia versus East Greenland.
Dai ghiacci allo Spazio
, presentazione del libro edito dal Museo Nazionale dell’Antartide- Università di Trieste - Biblion Edizioni.
Assegnazione prima Borsa di Studio del Circolo Polare 2009.

Claudio Smiraglia e Aldo Scaiano





Ottorino Tosti

Davide Peluzzi



Nome ufficiale: Kalaallit Nunaat - Grønland
Lingua ufficiale: lingua Kalaallisut, danese
Capoluogo:   Nuuk  (14.501 ab. / 2005)
Capo di governo locale:   Hans Enoksen
Area Totale:   2.166.086 km²
 % delle acque:   81,1 %
Popolazione Totale: 57.534 ab.  (2007)
Densità: 0,03 ab./km²
Prefisso tel.: +299
Sigla autom.:   GRØ o GRO
Inno nazionale: Nunarput utoqqarsuanngoravit
Festa nazionale: 21 giugno

APPROFONDIMENTO SULLA GROENLANDIA







Laura De Santis: OGS - La Ricerca Scientifica nell'Artico.



Laura De Santis.

Ricercatrice presso L'Istituto Nazionale di Oceonografia e di Geofisica Sperimentale. Membro della Commissione Scientifica Nazionale per l'Antartide. Vicedelegato OGS nella Commissione IODP-Italia e coordinatrice del Gruppo INGE (Interpretazione Dati Geologici e Geofisici del Dip. Geofisica della Litosfera).

La diapositiva qui a destra è stata l'ultima della sua presentazione. Secondo noi è troppo importante e la presentiamo quale prima diapositiva.

Laura De Santis: OGS - La Ricerca Scientifica nell'Artico.
Si riproducono le diapo con obbligo di citare l'autrice in caso di utilizzo.Grazie.
E' disponibile una versione in Power Point, pesa 44 MB, chi fosse interessato può inviare una e-mail a: info@circolopolare.com




Le linee guida suggerite dalla Danimarca che presiede il consiglio Artico per il 2009-2011 enfatizzano la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale per lo studi ambientali e per uno sivuppo sostenibile con le attività sociali delle popolazioni artiche. Cambiamenti climatici rapidi e significativi possono causare modificazioni ambientali di notevole impatto sulle attività umane.
Il rapido sviluppo economico delle regioni artiche grazie anche alle nuove opportunità di apertura di vie commerciali e di sfruttamento economico di zone fino ad ora inaccessibili (sotto l’oceano artico si trovano grandi riserve di idrocarburi), porterà all’industrializzazione, con il rischio che essa sia poi in conflitto con l’ecosistema ed il tradizionale stile di vita delle popolazioni artiche e subartiche.
La comunità europea ha destinato molte risorse per i prossimi 5 anni a studi mirati a quantificare i rischi ambientali di mutate condizioni climatiche e a trovare soluzioni socialmente ed economicamente sostenibili.

I poli rivestono un ruolo fondamentale nei meccanismi che regolano il clima globale. Basta citare per esempio il “conveyor belt” o “nastro trasportatore”, termine utilizzato per indicare il meccanismo della circolazione oceanica, uno dei principali regolatori di calore tra basse e alte latitudini. L’innesco del “conveyor belt” ovvero “nastro trasportatore” oceanico si trova proprio
nelle regioni polari ed è intimamente collegato
alle fredde condizioni climatiche delle alte latitudini.

Come già avvenuto in passato, anche prima della comparsa dell’uomo, l’aumento del livello medio
del mare che si potrebbe verificare in seguito alla fusione dei ghiacci polari, la desertificazione di alcune zone del pianeta, sono solo alcuni esempi delle possibili conseguenze che potrebbero derivare da cambiamenti dell’attuale equilibrio tra criosfera, idrosfera e atmosfera.

In seguito alla riduzione della copertura dei ghiacci avvenuta negli ultimi anni, la capacità di assorbimento di calore solare da parte degli oceani polari è aumentato. Il risultato è che in queste zone si registra un riscaldamento dell’acqua e dell’atmosfera, che a sua volta porta ad un’accelerazione della riduzione della copertura glaciale.
L’afflusso di acqua dolce causato della fusione dei ghiacciai e dell’aumentato apporto dei principali fiumi che sfociano nell’Oceano Artico contribuisce inoltre ad alterarne le caratteristiche chimico-fisiche. L’addolcimento e l’innalzamento della temperatura dell’oceano polare e sub-polare hanno come effetto quello di diminuire la densità delle masse d’acqua superficiali e quindi la loro capacità di sprofondamento . Se il processo di addolcimento e riscaldamento delle acque superficiali polari dovesse continuare verrebbe quindi a mancare l’innesco principale del meccanismo che regola la circolazione oceanica globale. Una delle possibili conseguenze di ciò potrebbe essere il raffreddamento ed inaridimento dell’Europa occidentale, che non beneficerebbero più dell’afflusso di aria caldo-umida dall’Atlantico. Questa è una delle possibili spiegazioni del cambiamento climatico ed ambientale chiamato “Younger Dryas”, verificatosi per esempio alla fine dell’ultima era glaciale tra 12.900 e 11.500 anni fa. Durante lo Younger Dryas le alte latitudini settentrionali sono state interessate da un ritorno a condizioni glaciali, che in termini geologici può essere considerato rapido, ma che di fatto è durato alcuni decenni.
Un simile raffreddamento si è anche verificato 8200 anni fa ed è durato circa un secolo, un istante nella scala di tempo geologica, ma significativo per l’umanità. Durante questo periodo si sono verificati simultanei processi di desertificazione in Asia, Africa, America occidentale.

La catena alimentare polare è basata sulla disponibilità di nutrienti. Una variazione significativa e continua nel tempo dell’attuale composizione chimica e fisica delle masse d’acqua, dovuta anche alla fusione dei ghiacci
ed all’aumentato apporto dei principali fiumi che sfociano in Artico, potrebbe intaccare questo delicato equilibrio. Ciò potrebbe quindi comportare la crisi del sistema riproduttivo di tutti gli anelli della catena alimentare, fino a quelli più elevati (come l’orso bianco).

Lo strato di terreno più superficiale (detto permafrost), congelato per gran parte dell’anno, occupa il 24 % delle regioni artiche. Dati raccolti da perforazioni indicano che lo strato di permafrost si è notevolmente assottigliato dal 1976 ad oggi. Se questo processo continua potrebbe creare problemi strutturali di costruzioni, strade, condutture, oltre che avere implicazioni di tipo idrogeologico ed ecologico.  

Grandi quantità di metano in forma solida (idrati o clatrati) sono intrappolate oggi nel permafrost e nei sedimenti dei mari antartici oltre che negli oceani a grandi profondità lungo le scarpate continentali. L’innalzamento della temperatura che potrebbe comportare la degradazione del permafrost, implicherebbe l’emissione nell’atmosfera di grandi quantità di gas, principalmente metano, che costituisce uno dei più importanti gas serra insieme alla CO2..

   




 

Soltanto uno (il progetto EGLACOM, responsabile scientifico Michele Rebesco, OGS Trieste) dei tanti progetti proposti dagli italiani è stato realizzato su iniziativa dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale che ha investito i propri fondi ordinari per condurre una campagna di raccolta di dati geofisici, oceanografici e biologici sul margine delle isole Svalbard. Questa è una zona molto importante perché si trova a lato del cosiddetto gateway (uno stretto corridoio) tra oceano Atlantico settentrionale ed Oceano Artico. In questa zona i cambiamenti ambientali registrati dai sedimenti ci possono “raccontare” ancora oggi importanti effetti dei cambiamenti climatici del passato che ci possono dare indicazioni per il futuro. EGLACOM in particolare ha cercato indizi sul fondo del mare del passaggio dei ghiacciai e dell’impatto delle loro avanzate e ritiro sulla stabilità delle scarpate sottomarine.

In passato l’OGS ha già affrontato queste tematiche nell’ambito di progetti europei, come per esempio STRATAGEM, mirato a ricostruire i vari processi che hanno scolpito la piattaforma e la scarpata del margine nord.

L’innalzamento delle temperature previsto per
la fine del secolo e l’equivalente aumento della CO2
e del metano nell’atmosfera sono superiori ai livelli raggiunti nell’ultimo milione di anni. Lo scenario più ottimistico prevede condizioni simili a quelle che si sono verificate 15 milioni di anni fa.
Purtroppo però non esiste ghiaccio fossile più vecchio di 1 milione di anni perché i ghiacciai si muovono verso il mare dove si disintegrano in icebergs.
Non è possibile quindi analizzare bolle d’aria più antiche di 1 milione di anni.
Per poter avere informazioni sul tipo di ambiente che poteva sussistere quando i livelli di temperatura e CO2 sulla Terra erano più elevati. E’ necessario quindi ricercare queste informazioni in altri archivi naturali, più antichi, come quello dei sedimenti marini. Le associazioni faunistiche fossili conservate nei sedimenti marini infatti ci hanno rivelato che condizioni di temperatura e concentrazione di CO2 simili a quelle previste per i prossimi cento anni si sono verificate più volte nel passato remoto del nostro pianeta.



ISulle orme di Weyprecht (cittadino triestino) l’equipaggio dell’OGS ripercorre una parte della rotta di navigazione verso il nord.

Il progetto internazionale EPICA, a guida italo-francese e finanziato anche dalla Comunità Europea ha fornito informazioni uniche sull’atmosfera, nelle varie ere glaciali ed interglaciali, indietro nel tempo, dal contenuto di bolle di aria “fossile” rimasta intrappolata negli strati di ghiaccio.  

ISulle orme di Weyprecht (cittadino triestino) l’equipaggio dell’OGS ripercorre una parte della rotta di navigazione verso il nord.

Il progetto internazionale EPICA, a guida italo-francese e finanziato anche dalla Comunità Europea ha fornito informazioni uniche sull’atmosfera, nelle varie ere glaciali ed interglaciali, indietro nel tempo, dal contenuto di bolle di aria “fossile” rimasta intrappolata negli strati di ghiaccio. Lo studio del fondo del mare e del suo sottofondo viene effettuato anche utilizzando altri metodi che si basano sullo studio della propagazione delle onde acustiche in acqua e nei sedimenti (metodo geofisico). Uno strumento che viene utilizzato dal metodo geofisico per un’indagine batimetrica dettagliata del fondo del mare su aree abbastanza vaste è l’ecoscandaglio multifascio (MultiBeam Echosounder). L’immagine tridimensionale del fondo del mare che si ricava da questo tipo di indagini è fondamentale per interpretare e collegare tra loro i dati che si ricavano dal campionamento diretto effettuato con i carotieri, le benne etc. Altri strumenti simili utilizzano diverse frequenze acustiche e sorgenti acustiche in modo da poter ottenere informazioni non solo del fondo del mare, ma anche degli strati sepolti.



Il metodo della sismica a riflessione consente di conoscere e caratterizzare le strutture sepolte nel sottosuolo, fino a diversi chilometri di profondità. Ciò consente di ricostruire gli antichi ambienti in cui i sedimenti si sono deposti e quindi di ricostruire la storia geologica di una determinata area fino a decine e anche centinaia di milioni di anni fa.

Affinchè tali ricostruzioni siano attendibili, le informazioni ricavabili dai profili sismici devono essere integrate con quelle ricavabili dalle “carote di sedimento” e cioè dal campionamento diretto con prelievo di sedimenti sotto al fondo del mare (come per esempio tramite il programma internazionale IODP al quale partecipa anche l’Italia) Grazie ad accurati metodi di datazione del materiale prelevato e dei fossili in esso contenuti, questi dati forniscono con un notevole grado di accuratezza informazioni relative alla sua origine ed età.

L’Italia (Prof. D. Rio Univ. Padova) ha partecipato all’unica perforazione profonda effettuata nell’Oceano Artico dall’Integrated Ocean Drilling Program, il leg 301 IODP ACEX del 2004. Durante tale leg sono stati prelevati 400 m circa di sedimenti sul Lomosonov ridge. I risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature.

La perforazione ha rivelato che le glaciazioni sono più antiche di quanto si era precedentemente stimato: ci sono IRD (Ice rafted debris) trasportati da icebergs e/o sea ice fino al entro dell’Artico e rilasciati in sedimenti di 17 milioni di anni. Precedentemente erano stati documentati solo in sedimenti di 6-10 Ma. Condizioni ambientali tipiche degli attuali regimi tropicali, in Artico risalgono a 55 Milioni di anni fa, con scarsa ventilazione, acqua dolce e condizioni anossiche (Arctic pond) intorno a 48.5 milioni di anni fa. Questo è un risultato importante poiché documenta la presenza di rocce madri di idrocarburi in Artico (stimando un enorme accumulo e seppellimento di materia organica avvenuto in questo periodo). Questo risultato ha dato un ulteriore impulso all’interesse economico delle esplorazioni in Artico da parte di vari paesi.  

La perforazione ACEX pur avendo ottenuto importanti risultati scientifici, non ha tuttavia recuperato informazioni sull’intervallo di tempo durante il quale si è sviluppata la glaciazione artica. Pertanto non sappiamo ancora come la copertura glaciale in Artico fosse variata durante i cicli glaciali ed interglaciali più recenti.
Altre perforazioni sono in programma anche se la loro attuazione dovrà risolvere grandi problemi dovuti alla difficoltà di operare in mezzo ai lastroni di ghiaccio marino. Per la perforazione ACEX del 2004 è stato necessario impiegare 3 navi rompighiaccio, una per la perforazione e le altre per sgretolare ed allontanare il ghiaccio intorno alla zona delle operazioni.

L’Aurora Borealis (8° progetto in termini di grandezza, il più grande progetto di scienze ambientali, della roadmap delle infrastrutture di interesse strategico della Comunità Europea EU ) sarà una nave rompighiaccio, multidisciplinare adatta ad effettuare progetti di perforazione (fino a 1000 m sotto il fondo del mare in oceani profondi oltre 5000 m), ma anche progetti di oceanografia, biologia, geofisica, in aree polari (in Artico ed in Antartide), attualmente di difficile accesso e pertanto ancora sconosciute.
La nave sarà lunga 190 mt. Larga 40 mt., con una stazza di oltre 40.000 tonnellate. Sarà operativa per circa 300 giorni all’anno e potrà ospitare circa 70 tecnici/ricercatori. Dovrà quindi necessariamente essere utilizzata da diversi paesi che oltre a condividerne i costi di gestione, possano poi anche dedicare sufficienti risorse (umane e finanziarie) per analizzare la grande quantità di nuovi dati che verranno raccolti.
Attualmente non esiste una nave con queste caratteristiche, nonostante la comunità scientifica internazionale ne abbia dimostrato l’esigenza, vista la sempre maggiore richiesta di acquisizione di dati in zone polari, di gran lunga superiore alle capacità operative delle singole nazioni. La possibilità di poter utilizzare l’Aurora Borealis in futuro garantirebbe quindi un significativo e ormai necessario sviluppo dell’esplorazione scientifica delle aree polari, attualmente limitata solo da problemi logistici e finanziari. Ulteriori informazioni sono reperibili nel sito: http://www.eri-aurora-borealis.eu/

Laura De Santis: Profilo,esperienze,pubblicazioni




Ottorino Tosti: Glaciospeleologia in Groenlandia.

I mulini glaciali - i movimenti delle masse glaciali - gli inghiottitoi -
In caso di utilizzo del testo e delle foto, è d'obbligo citare la fonte e l'autore.


Reticolo idrografico in Groenlandia





Canale di drenaggio


Durante la spedizione Saxum 2008 abbiamo effettuato una ricognizione generale delle lingue glaciali della baia  di Angmagssalik, località poco a sud del Circolo Polare Artico (lat. Nord 66° 33'),  che si immergono nei due grandi fiordi di Sermiligaaq e di Sermilik e nei loro canali laterali, per intravvedere la possibilità di organizzare un programma di ricerche speleologiche in quei ghiacciai.
La ricognizione ha avuto esiti positivi. Siamo infatti riusciti a osservare e a individuare, sia di persona che tramite le testimonianze di alpinisti e di locali, i ghiacciai con il maggior numero di inghiottitoi.
Abbiamo inoltre stabilito i contatti necessari con la popolazione locale per muoverci rapidamente lungo i fiordi della baia.

I 'mulini' glaciali, uno dei fenomeni più interessanti e appariscenti che si possono incontrare sui ghiacciai, rappresentano il punto di trasferimento nella parte interna del ghiacciaio dei ruscelli che nei periodo caldi dell'anno si attivano sulla superficie a seguito della fusione dello strato più superficiale del ghiaccio.
Questi ruscelli, che confluiscono fra loro creando un reticolo idrografico che individua il proprio percorso nei punti di maggior depressione, scavando profondi canyon, scorrono  per centinaia di metri (anche decine di chilometri nei ghiacciai groenlandesi), e precipitano poi in inghiottitoi (mulini) che si formano nei primi punti di frattura del ghiaccio.
Da qui in poi, ad una profondità compresa fra i 100 e i 200 m, si dirama  un reticolo di drenaggio sommerso, che connette i vari mulini con una struttura ad albero, scorrendo nel cuore del ghiacciaio  senza mai raggiungere il fondo roccioso, se non laddove si trova un modesto spessore di ghiaccio.
Tutte le acque inghiottite, riunite in un unico torrente subglaciale, rivedranno la luce poi più a valle, nel diretto contatto fra ghiaccio e letto morenico, fuoriuscendo dalle ‘bocche’, aperture ben visibili sulla fronte del ghiacciaio, oppure si depositeranno in bacini interni, oppure raggiungeranno il mare nel caso di lingue glaciali costiere.

Furono le guide di Chamonix verso la fine del 1700 ad usare per primi il termine ‘moulin’, per indicare ai clienti che accompagnavano su per i ghiacciai le profonde voragini che inghiottivano i fiumi epiglaciali.
E lo fecero per similitudine visiva e acustica con le stanze buie delle case contadine in cui, a valle, venivano convogliati e precipitati, tramite una apertura nella parete della casa stessa, vorticosi corsi d'acqua a muovere “tumltuosamente” e “rumorosamente” una pala ad asse verticale direttamente collegata ad una macina: il cosiddetto mulino a ritrecine.
Da allora il termine “moulin” è stato utilizzato in tutto il mondo, anche in ambito scientifico, per indicare un inghiottitoio nel ghiaccio.

Lo studio dei mulini, fenomenologia che viene identificata con il termine di 'carsismo glaciale' - per attinenza e similitudine di tale fenomeno con il 'carsismo' che si sviluppa in ambienti calcarei - è utile allo studio dei flussi/depositi d'acqua sub-glaciali, e di riflesso contribuisce all'interpretazione della dinamica della massa glaciale.
Infatti fra le cause che inducono i movimenti delle masse glaciali non è irrilevante quella dovuta allo scivolamento per la presenza di bacini d'acqua interni, dovuti sia alla fusione del ghiaccio per effetto delle elevate pressioni che la massa stessa subisce in profondità, sia alla quantità di acqua di scioglimento superficiale che, attraverso gli inghiottitoi, viene convogliata al suo interno.

Inghiottitoi si formano in tutti i ghiacciai in cui la temperatura media annua è prossima agli 0°.
Le caratteristiche morfologiche richieste sono una pendenza non superire al 5%, e l'assenza di fratture in modo da permettere il formarsi del reticolo idrografico.
Inghiottioi, di dimensioni assai variabili dovute alla temperatura media della località e ad altri fattori, esistono nelle Alpi, in Patagonia, in Islanda, alle Spitzbergen, in Karakorum, ma è nell’immensità dei ghiacciai groenlandesi che si sono formate le maggiori profondità conosciute, create da masse d'acqua precipitate da reticoli idrografici che si diramano per lunghezze anche superiori ai 50 Km. raggiungendo portate dell’ordine di 30 e 50 m3 al secondo.

Nella costa occidentale, speleologi francesi, grazie a finanziamenti di istituzioni pubbliche e private, lavorano in maniera continuativa fin dal 1989. Così hanno avuto tempo e modo di individuare, ed esplorare più volte studiandone l’andamento nell’arco di più anni e di più stagioni, un inghiottitoio che sovente oltrepassa i 150 m di profondità.
Nel 1998, in un periodo in cui il fiume alimentatore scaricava 30m2/s questo mulino è stato disceso sino a 203 m. di profondità, il che lo pone come il più profondo in assoluto fino ad oggi esplorato.
Da parte italiana, nell’estate del 1999, un gruppo di quattro speleologi ha risalito il ghiacciaio Knud Rasmussen, nella baia di Angmagssalik, esplorando un certo numero di mulini, fra cui l’allora seconda profondità Groenlandese: -160

Oltre che da un punto di vista prettamente sportivo e alla possibilità di effettuare rapidi campionamenti all'interno della massa glaciale, l'esplorazione degli inghiottitoi groenlandesi riveste un particolare interesse per l'osservazione dello sviluppo futuro della intera massa glaciale costiera stessa.
I ghiacciai costieri groenlandesi a sud del circolo polare soffrono di una temperatura media di poco al di sotto di 1 o 2°, e subiscono quasi tutti gli anni un bilancio di massa negativo per effetto dell'ablazione dei periodi caldi, sempre più lunghi, sviluppando un grande trasferimento di acque al proprio interno, responsabile di uno scorrimento più rapido verso il mare.

Helheim Glacier, a nord del Fiordo di Sermilik, nella costa orientale (Angmagssalik, regione con temperature annue medie di – 1,7°),  nel periodo dal 2000 al 2005 si è ritirato di ben 8 Km, e stessa sorte è toccata al ghiacciaio del Midgard, alla testata dello stesso fiordo, che si è ritirato di oltre 5 Km.

Considerando che il carsismo si verifica in ambienti in cui le temperature annue sono prossime alla media annua di 0°, è facile dedurre come gran parte delle lingue glaciali costiere della Groenlandia siano già oggi (come in effetti sono) suscettibili di carsificazione, e come questo processo andrebbe a subire un incremento esponenziale con un apparentemente piccolo aumento della temperature media, rispondendo rapidamente e disastrosamente all'incremento termico anche di un solo ulteriore 0,5°

Acquisire dati utili a mettere in interazione fra loro, nella realizzazione di un modello glaciale, il numero, la profondità e la posizione degli inghiottitoi, la quantità di acque di fusione che tramite loro viene drenata, la velocità di scorrimento e lo spessore del ghiacciaio, la morfologia del terreno sottostante, la temperatura media della località, e numerose altre variabili, contribuisce ad aggiungere informazioni in materia di previsione di scenari futuri di cambiamenti climatici.

La ricerca, l’esplorazione e il rilevamento dei mulini, connesso con lo studio della circolazione idrica endoglaciale, è condotta in tutto il mondo quasi esclusivamente da speleologi, con tecniche di progressione prettamente speleologiche.
La speleologia italiana che opera nei ghiacciai ha raggiunto in questi ultimi anni la maturità necessaria per effettuare ricerche speleologiche a livello scientifico.

Con la spedizione Saxum 2008 il Progetto Carta dei Popoli Artici ha inteso porre un punto di riferimento fisso alla ricerca speleologica italiana che vorrà addentrarsi nella meravigliosa realtà del mondo artico.
Il secondo passo, che andremo maturando in un prossimo immediato futuro, sarà infine la creazione di un articolato programma di ricerche nella baia di Angmaggsalik


ghiacciaio nel fiordo di Sermiligaaq


mulino


discesa

 



DAVIDE PELUZZI: Monti senza Nome, dal Gran Sasso d'Italia versus East Greenland.



DIARIO SAXUM EXPEDITION 2008

Dopo un anno di preparativi e interazioni tra i componenti della Saxum Expedition e collaboratori quali: la 4Winds, la redazione del progetto “Carta dei Popoli Artici”, la Perigeo onlus, le Università di Chieti, L’Aquila e Bologna, i gruppi di Ricerca “Cartografia”, “Geologia” “Terra”, ” Acqua” e “Uomo” dell’Ex-Plora Nunaat Inernational.
Arriviamo a Tasillaq ,nella Groenlandia Orientale; incontrandoci e riunendoci con la magnifica squadra condotta dal dott. Gianluca Frinchillucci ( direttore dell’Istituto Geografico Polare), cioè :Giorgio Marinelli , Luca Natali e Ottorino Tosti,  con noi...gruppo Ex-Plora : Franco Varrassi e Libero Limoncelli ed io (Davide Peluzzi).

Che gioia ritornare sulla terra dei monti senza “Nome”,nuovamente dopo l’atterraggio a Kulusuk, la bacio.
È l’Anno Internazionale Polare 2007-2008, dove la spedizione “Saxum” è un avamposto di ricerca italiana in terra artica, ben motivati dalla donazione di una medaglia in argento dal Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano al nostro Progetto con i Suoi personali auguri di buon auspicio.
Giunti a Tasillaq con un elicottero da Kulusuk, ci affidiamo alla logistica degli spostamenti interni lungo i fiordi secondari del principale Sermelik, alla Red- House di R. Peroni, con i suoi eroici cacciatori inuit, unici “padroni” e conoscitori dei labirintici mari glaciali.
Ci troviamo in un area remota della Groenlandia orientale, sul circolo polare artico con molteplici scopi di studio e ricerca :1)Sviluppo del progetto “Carta dei Popoli Artici.  2) Campionamento del DNA umano sui villaggi  di Isertoq e Teniteqillaq.  3) Campionamento di micro-organismi in ambienti estremi, di rocce e ghiaccio. 4) Sviluppo del progetto “Pietre e Popoli” con la scalata di una montagna senza “Nome”.
L’avventura inizia……Il  9-6-2008, dopo giorni di ragionamenti, dovuti alla abbondante presenza di ghiaccio nel mare, veniamo traghettati verso un area di una incantevole bellezza. Pilastri di granito di oltre 1000 metri di sviluppo dal “ricordo patagonico” del Cerro Torre. Il mare è molto ghiacciato. Dopo 3 ore di navigazione arriviamo. Approdiamo su una enorme roccia, depositiamo tutto il pesante materiale :tende, viveri, fucile , attrezzatura alpinistica ecc.            .
Il cacciatore Tobias ci scatta una foto con la mia macchina fotografica, la recupero e lo salutiamo, mentre il rombo del motore del piccolo scafo e il suo colore scomparivano nell’immensità degli spazi artici.
Siamo lì. Sette italiani su una imponente propaggine meridionale di un monte di oltre un migliaio di metri di altezza, simile al Cervino.
Ci eleviamo di qualche decina di metri, il tempo è buono. Un leggero vento, proveniente dall’Inlandsis con la temperatura di 5,5C°.  Avvistiamo un piano leggermente inclinato, posizioniamo le tende su un unico campo di muschi e licheni..…che fortuna.
Sotto lo sguardo dei monti senza “Nome”, “oltre era il mistero”…

Seconda parte
..ebbene si “oltre era il mistero” e che fortuna aver trovato del morbido muschio in una immensità di rocce, ghiaccio e acqua.
Con la gioia  e il timore che solo le terre  “incognite” polari sanno emanare, con vigore organizzativo montiamo le tre tende, dopo aver individuato  il sito  ottimale per il campo base.
Adesso siamo realmente lontani dal “nostro mondo civilizzato” e come d’incanto di un dejavù la mia mente e pensiero va a quei uomini distrutti dalla fatica di un viaggio estremo che per primi,videro e approdarono sulle terre sconfinate della Groenlandia orientale.
Smarriti, infreddoliti e bruciati dal sole e dal gelo, ma con la “pura gioia”di chi solo sa della possibilità di poter andare “oltre”, con l’alto rischio di perdere per sempre la via del ritorno e rimanere in quei luoghi meno terreni della Terra divenendo parte di essa.
Si sto parlando (scrivendo) del popolo degli Inuit della Groenlandia dell’est. Gente fiera e semplice che da almeno 4000 anni  è vissuta isolata nel distretto di Ammassalik. Essi non solo hanno combattuto  contro gli elementi naturali quali  : il ghiaccio, gli orsi le montagne, si perche in questa regione esse nascono verticalmente e imponenti dal mare (foto) in una terra senza alberi e prati. Ma soprattutto resistono a loro stessi e alla loro mente in rapporto con la terra così “inospitale” che li ha “ospitati”.Creando un rapporto speciale con il soprannaturale…il Vento.

Sono le undici di sera di un giorno di fine giugno e il sole splende a l’orizzonte.
Nella prima tenda (rossa) ci siamo io (Davide Peluzzi), Franco Varrassi e Libero Limoncelli. Nella seconda Gianluca Frinchillucci e Luca Natali e nella terza Giorgio Marinelli e Ottorino Tosti. Posizionati sul circolo polare artico alle pendici di un monte e ghiacciaio senza “Nome”..il luogo ideale per lo sviluppo degli scopi del premiato progetto “Saxum”.
Camminare ed esplorare su uno dei cratoni datati con 4 miliardi di anni è davvero una grande emozione, che mi fa dimenticare del pericolo degli orsi polari.
Ci prepariamo. Dopo una riunione del gruppo per una prima escursione- conoscitiva di avvicinamento ad una superba montagna.
Oltre era il mistero.
                                                                             
Davide Peluzzi.

Dai ghiacci allo Spazio, presentazione del libro edito dal Museo Nazionale dell’Antartide- Università di Trieste - Biblion Edizioni.

Il libro è stato adottato dall'IPY- International Polar Year.
Ripercorre la storia delle esplorazioni polari italiane e rappresenta un interessante ed originale contributo all’Anno Polare Internazionale 2007-2009: una grandiosa iniziativa di coordinamento mondiale in chiave scientifica e operativa di oltre 50 mila scienziati di oltre 60 nazioni, impegnati in numerosi progetti di ricerca fisica, biologica e sociale, coordinati e organizzati da International Council for Science (ICSU) e World Meteorological Organization (WMO).

E’ la peculiarità di Trieste “città della scienza”, che ci ha permesso, attraverso la competente collaborazione degli autori di questo volume
(il giornalista e divulgatore dott Enrico Mazzoli, la dottoressa Laura De Santis dell’Osservatorio Geofisico Sperimentale di Borgo Grotta Gigante, il professor Mauro Messerotti dell’INAF - Osservatorio Astronomico di Trieste ed il dottor Gianguido Salvi, del Museo Nazionale dell’Antartide “Felice Ippolito” di Trieste), di riproporre in modo divulgativo, ad un pubblico non specialistico, la storia sulle origini e sugli sviluppi della Ricerca Scientifica ai Poli in questo quarto Anno Polare Internazionale.
E’ giunto alla quarta edizione, dopo quelli del 1882-83, 1932-33, 1857-58. A 125 anni del varo del progetto, questo libro intende ricordare la storia delle esplorazioni e della ricerca polare ed in particolare la spedizione di Carl Weyprecht, che nel 1872 - 1874 fu la prima spedizione polare europea, precorritrice delle moderne spedizioni internazionali.

acquistabile on line dal Circolo Polare.

 

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