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Interventi di Annibale Salsa, Vinicio Vatteroni, Fausto De Stefani, Aldo Scaiano,
Michele Pontrandolfo - Perché occuparsi dell’Artico e delle popolazioni native?
La figura di Bruno Crepaz e il Centro di Formazione per la montagna del CAI.
(a cura di Aldo Scaiano).
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La mostra è stata inaugurata da Annibale Salsa, Presidente del CAI Club Alpino Italiano, con significative e toccanti parole: “Esistono legami profondi – ha detto – tra lo spirito esplorativo degli studiosi d’oggi, che hanno realizzato le immagini di questa mostra, e l’anima profonda, originaria, che ha dato vita al nostro Sodalizio. Anche i padri del Club Alpino erano esploratori: scienziati, geologi, appassionati di montagna. Studiavano le terre alte per scoprire la storia geologica del pianeta. Mi sembra che il loro spirito, la loro sete di conoscenza e la passione per la scoperta, rivivano negli esploratori polari di oggi.
L’evento che inauguriamo riveste particolare valore per due motivi: perchè appunto si lega alle origini del Club Alpino, e perchè contribuisce a porre lo stesso Sodalizio all’avanguardia nella sensibilizzazione verso i cambiamenti climatici e verso civiltà portatrici di culture minoritarie”.
L’apertura della mostra ha visto la partecipazione di diversi dirigenti del Cai, dai Vice-Presidenti Nazionali Valeriano Bistoletti e Umberto Martini, a Francesco Carrer del Comitato Direttivo Centrale, a Emilio Bertan presidente GR Veneto; oltre a Gianni Pezzei, Vicesindaco di Livinallongo; l’alpinista Fausto De Stefani, l’esploratore Michele Pontrandolfo e Aldo Scaiano, Presidente del Circolo Polare e co-organizzatore della mostra insieme a Gianluca Frinchillucci e Luciana Vagge Saccorotti.
Bepi Cappelletto, responsabile del Centro Bruno Crepaz ha fatto gli onori di casa e inaugurato la giornata del Convegno. I lavori sono stati aperti da Vinicio Vatteroni, Responsabile Nazionale CAI per i convegni e le iniziative culturali, che ha sottolineato come uno degli obiettivi principali dell’iniziativa sia “di stimolare soci e i visitatori ad avvicinarsi alla conoscenza delle culture di altri popoli”.
Fausto dei Stefani ha posto l’eccento sull’importanza di capire e di tutelare le popolazioni native dagli eventi che stanno coinvolgendo l’area artica in seguito al forte cambiamento climatico: “Solo nell’incontro diretto con altri popoli e altre culture – ha detto – saremo in grado di apprezzare le bellezze che il mondo ci offre. L’iniziativa che inauguriamo oggi può essere un momento prezioso per sensibilizzare il pubblico su uno straordinario patrimonio culturale che purtroppo rischiamo di perdere”.
Michele Pontrandolfo ha illustrato la sua esperienza nel raggiungimento del il Polo Nord Magnetico a piedi, percorrendo 72 giorni a piedi e da solo; inoltre, ha risposto alle molteplici domande del pubblico, prevalentemente composto da giovani.
Annibale Salsa, Presidente Generale del Club Alpino Italiano, ha sottolineato il concetto di “alpinismo orizzontale” come fondamentale per comprendere lo spirito delle esplorazioni. Le montagne non possono essere solo ascese in verticale, ma deve esserci un momento di conoscenza diffusa del territorio. Analogamente, i poli del pianeta vanno intesi, a giudizio di Salsa, come “l’ultimo regno del sogno per l’uomo”.
Aldo Scaiano ha illustrato la Carta dei Popoli Artici, nata da un’idea di Gianluca Frinchillucci, esploratore e Direttore dell’Istituto Geografico Polare di Fermo, fatta propria dal CNR Polarnet e dal IPY - Comitato Organizzatore dell’Anno Polare Internazionale e dal Circolo Polare.
In Italia ha avuto il Patrocinio del CAI Club Alpino Italiano.
La Carta dei Popoli Artici è un progetto che vuole far conoscere il territorio e le popolazioni native dell’Area Artica, soggetta a un forte cambiamento climatico che sta generando nuove e delicate prospettive geo-politiche e territoriali.

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La Carta dei Popoli Artici
Progetto di ricerca nelle aree polari artiche e subartiche, inteso a definire il profilo culturale e antropologico delle popolazioni ivi stanziate, col fine ultimo di difendere le culture tradizionali ancora sussistenti e di creare rapporti di cooperazione a sostegno delle comunità locali, stabilendo altresì un rapporto continuo di interscambio culturale.
Proposto alla Commissione scientifica dell’ I.P.Y. (International Polar Year) 2007-2008, è stato approvato quale unico progetto italiano impegnato con i propri studi nei territori artici.
La mostra sui popoli siberiani Nenets – Signori della Tundra, è un primo passo per la conoscenza dei popoli nativi e dei territori artici.
Dal mese di ottobre 2008, vi sarà una seconda mostra sui popoli Inuit della Groenlandia.
La mostra è di tipo itinerante, ha il patrocinio CAI ed è organizzata dal Cicolo Polare in collaborazione con l’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti di Fermo” e con il CNR Polarnet. I testi sono di Luciana Vagge Saccorotti, le foto di Gianluca Frinchillucci e diverse schede storico-geografiche sono a cura del Centro di Documentazione del Circolo Polare.
La Mostra è a disposizione delle sezioni CAI e degli Enti Locali e Culturali che ne faranno richiesta.
Perchè occuparsi dell’Artico e delle popolazioni native?
Perché sono popoli e territori maggiormente coinvolti dagli effetti del cambiamento climatico in corso, quali il repentino scioglimento della calotta artica e dei ghiacciai della Groenlandia.
L’Italia ha sempre avuto una grande attenzione a queste aree, con Francesco Negri, Giuseppe Acerbi, Giacomo, Bove, il Duca degli Abruzzi, Filippo De Filippi, Vittorio Sella, Umberto Nobile, Silvio Zavatti, Guido Monzino…una tradizione storica che ha generato l’odierna presenza scientifica nell’area artica ed antartica.
Infatti, l’Italia è presente con proprie basi scientifiche e con programmi di ricerca affidati al CNR, nella base Dirigibile Italia alla isole Svalbard, e nelle due basi in Antartide (Mario Zucchelli e Dome Concord); oltre alla stazione- piramide sulla catena dell’Himalaya e il progetto SHARE di osservazione e rilevazione dell’area asiatica, gestito da EVK2CNR, diretto da Agostino Da Polenza.
Perché sono territori da cui provengono buona parte del gas e del petrolio per le popolazioni
europee e, con il cambiamento climatico in corso, sono coinvolti in delicati equilibri ambientali e geo-politici. Quando noi italiani accendiamo il gas metano dobbiamo saper che il 37% di questa fonte energetica, arriva dall’area dello Jamal, nella Siberia occidentale, area dove vive il popolo Nenets-I Signori della Tundra.
Infine, perché Progetto prevede la creazione di un rapporto di corrispondenza tra i ragazzi italiani e i ragazzi delle popolazioni artiche. Infatti, in alcune scuole italiane è in atto una fitta corrispondenza tra giovani Nenets ed Inuit con giovani italiani, attraverso scambio di disegni e di scritti. Cascuno descrive il proprio territorio, la casa, il paese e la famiglia.
Il Centro di Formazione per la Montagna “Bruno Crepaz”
Il Centro di Formazione per la Montagna “Bruno Crepaz” è la struttura polifunzionale a livello nazionale del Club Alpino Italiano dedicata ad ospitare le attività tecniche, scientifiche, didattiche promosse dagli organi centrali e periferici e dalle sezioni del C.A.I..
E’ dedicato alla memoria del forte alpinista triestino Bruno Crepaz, ospita inoltre analoghe iniziative promosse dalle altre associazioni alpinistiche aderenti all’U.I.A.A..
Si trova al Passo Pordoi, a m. 2.239 s.l.m., sulla SS n. 48 delle Dolomiti a circa 12 Km da Canazei (Trento) e 9 Km da Arabba (Belluno), sul confine tra le regioni del Veneto e del Trentino-Alto Adige.
L’alpinista Bruno Crepaz
(scritto ripreso da una bacheca esposta nella sala conferenze del Centro Bruno Crepaz).
Uno scritto autobiografico di Bruno in “alpinismo perché” (1981) riporta:
“evidentemente ci deve essere stata una specie di predisposizione naturale che mi ha spinto in questa direzione, derivante magari dalle mie origini: i miei avi paterni erano infatti gente di montagna, di Pieve di Livanallongo, mentre dall’altro lato, un bisnonno marinaio dalmato era stato protagonista di una leggendaria spedizione al Polo Nord.
Mi piace pensare che da questo miscuglio di cromosomi, impressionati da visioni di tramonti sulle pareti Nord della Civetta e di aurore boreali sulla banchisa polare, derivi l’attrazione che la montagna esercita su di me e lo confermerebbe anche il genere di alpinismo che prediligo, quello esplorativo, dove la ricerca del nuovo, l’avventura, si sovrappongono all’aspetto puramente tecnico della scalata.
Fin dall’inizio dell’attività ho dato preferenza alle prime ascensioni, alle salite invernali, ai gruppi meno noti delle Alpi o di altre catene europee o extraeuropee. Un riallacciarsi alle tradizioni dell’alpinismo triestino, ma anche un bisogno quasi istintivo di ricerca, di esplorazione, di completamento delle mie conoscenze, di senz’azioni e di esperienze nuove.
Ma soprattutto è il desiderio di lasciare qualcosa di incognito, non di razionalizzare tutto, di non barare nel rapporto con la montagna per cercare di toglierle il suo ruolo naturale di più forte che mi spinge in questo modo, per esempio a non usare i chiodi ad espansione oppure ad evitare vie che già conosco o molto chiodate.
Forse il comportarmi cosi è stata la mancanza di alcune vie di moda nell’elenco delle mie ascensioni, ma forse per questo riesco ancora a trovare l’entusiasmo dei primi tempi - anche se sono passatoi più di vent’anni - ed a considerare sempre la montagna come un modo di vivere, per me il più valido”.
Questi gli ideali che hanno ispirato e caratterizzato la vita alpinistica di Bruno Crepaz iniziata nel 1947 e conclusasi tragicamente sulla cresta S del Langtang Lirung ( Himalaya nel Nepal) il 18 ottobre 1982.
In questo arco di tempo si contano al suo attivo più di 600 salite riguardanti in maggior parte ripetizioni delle vie classiche di Comici, Solleder, Tissi, Preuss, Cassin, Buhl, ecc. nelle alpi Giulie, nelle Dolomiti e nelle alpi occidentali, assieme alle prime ascensioni anche invernali, alle attività sci-alpinistiche e alle numerose esplorazioni extra-alpine in Turchia, Grecia, Montenegro, Alti Tatra, Bulgaria, Spagna, Marocco, Air (Niger), Iran.
Appassionato di sci di fondo, oltre a svolgere una notevole attività promozionale a favore dei giovani, ha partecipato a numerose gare di fondo e gran fondo, tipo Marcialonga e Vasaloppet.
Notevole il suo rapporto, come dirigente, alla vita associativa della sezione XXX ottobre prima quale componente il Direttivo sezionale poi come Vice Presidente e infine Presidente. Nel comitato di coordinamento VFG ah ricoperto la carica di Vice Presidente. Membro de Club Accademico è stato Segretario e Presidente del Gruppo Orientale. La sua esperienza e le sue capacità lo hanno portato a far parte di varie commissioni a livello nazionale, ricordiamo tra le altre, quale rappresentante del C.A.A.I. all’ U.I.A.A. per il problema della classificazione delle difficoltà. È stato segretario e anche presidente della Fondazione Berti.
Anche se schivo, era un alpinista eccezionale, un dirigente capace, entusiasta, un promotore di iniziative nuove, un trascinatore. Per questo, e ancora oggi, è difficile per quelli che l’hanno conosciuto, colmare il vuoto che ha lasciato. |
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