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Testo e foto di Bruno Bocchi
Sto salpando dal porto di Murmansk è sera anche se il sole è alto nel cielo. Dal ponte della rompighiaccio “Capitan Dranitsyn” osservo le darsene che si allontanano, le innumerevoli navi ancorate, le gru, le ciminiere che fumano e la città, con le piccole dacie accanto ai grandi casermoni soviet, sembra più piccola di tutto il resto, anche dell’enorme statua “al milite ignoto” che sormonta il promontorio e che con lo sguardo severo sembra seguirmi.
La mia avventura verso l’Artico inizia così, insieme ad un gruppo di austriaci che vanno a rendere omaggio, dopo più di cento anni alla tomba di Otto Krisch, il macchinista della nave Teggetthoff, morto di tisi e scorbuto durante la spedizione Payer e Weiprecht. Dal canto mio sono qui con il mio libro “La Stella Polare nel Mare Artico” per ripercorrere la spedizione di S.A.R Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi e di tutti gli altri grandi esploratori che hanno tentato di raggiungere il Polo, mossi solo dal desiderio della conquista, dall’orgoglio, dall’amor patrio di piantare il proprio stendardo e dire siamo i primi o più semplicemente ce l’abbiamo fatta anche noi. Il mare di Barents è tranquillo, di un bel colore blu cobalto e fra due giorni dovremo raggiungere l’isola meridionale di Northbrook, porta di accesso all’arcipelago e base, con Capo Flora, delle esplorazioni.
L’Arcipelago Francesco Giuseppe è composto da circa 121 isole. Situato ad est delle Svalbard di cui ne condivide la piattaforma marina. Ha una estensione di circa 20.000 chilometri quadrati (grande quanto il Piemonte e la Liguria) ed è con i suoi 81° e 50°, situati all’estremità dell’isola del Principe Rodolfo, l’ultimo lembo di terra prima della grande calotta artica. Tutte le isole sono costituite da basse montagne, circa 700 metri di altezza, di stratificazione sedimentaria (periodo Giurassico) ricoperte da colate laviche (inizio periodo Cretaceo). Furono scoperte da Julius Payer e Karl Weiprecht nella spedizione del 1872 sotto l’insegna dell’Imperatore d’Austria e da qui il nome.
La maggior parte dei marinai che componevano la spedizione erano italiani di Trieste, Istria o delle coste Dalmate.
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Uno scossone improvviso mi sveglia. Guardo fuori dall’oblò e vedo il pack intorno alla nave. Il cielo è grigio e siamo avvolti da una fitta nebbia. L’altoparlante informa che Capo Flora è a ore 9 ma non si vede, la comunicazione continua dicendo che è impossibile sbarcare con gli zodiac per il ghiaccio e con gli elicotteri a causa della nebbia, si tenterà al ritorno. In cuor mio penso: “Cominciamo bene! Se non si riesce qui, chissà più a nord”. Tristemente mi rifugio nella sala lettura…(dal diario di Payer: “ …tristemente rassegnati ci preparavamo di già ad affrontare gli orrori di una seconda svernata, senza osare di sperare per la fine di essa un risultato migliore, allorquando la nostra situazione si modificò d’improvviso e completamente…Appoggiati sulla sponda della nave guardavamo le nuvole ondeggianti quando d’improvviso emerse in lontananza…una linea di rupi scoscese…una volta certi che questa avventurosa visione non era un miraggio prorompemmo tutti in un clamore d’allegria: Terra! Terra!..).
Un eccitazione generale mi distoglie dalla lettura. Polar Bear! Polar Bear!. Corro a babordo dove tutti si stanno precipitando ed eccolo là, solitario su un piccolo lastrone di ghiaccio alla deriva. E’ la prima volta che lo vedo nel suo ambiente. Da piccolo lo vedevo allo zoo andare avanti ed indietro come un forsennato in uno spazio troppo ristretto per lui. Alzo lo sguardo ed osservo il suo habitat. Fino all’orizzonte vedo solo acqua e ghiaccio e niente altro. Artus lo chiamarono i latini e da qui il nome Artico. “Artico” una enorme massa di acqua gelata con un nome certo ed in contrapposizione “Antartico” una gran massa di terra, da alcuni denominata “Sesto Continente”. Curioso vero?
Il sole oggi è tornato anche se una coltre di nuvole nere sembra venirci incontro, l’Isola di Hall non è distante e ci informano di tenerci pronti per lo sbarco. Fra poco il mitico Capo Teggetthoff apparirà. Scruto ansioso verso l’isola ed ecco le due colonne di basalto che si stagliano nel cielo…(dal diario di Payer: “…ci sorgeva davanti l’altipiano dirupato del capo Teggetthoff. La sua cima si abbassava verso l’est in una serie di scogli di basalto, per terminare con due pilastri, solitari, alti circa duecento metri.
Li raggiungiamo poco prima di mezzodì: la determinazione della latitudine ci diede
Ottanta gradi e sei minuti: piantammo la tenda sotto una delle torri di basalto dianzi mentovate..” ).
Appena metto piede a terra mi dirigo subito verso la zona menzionata e vedo i resti di altre spedizioni: una delle baracche erette da Jackson a capo Flora e trasportata qui dalla spedizione Wellmann, una targa di una spedizione russa… Vago per l’isola, respiro l’aria pungente e mi immergo in questo scenario un po’ spettrale. Oltre la spiaggia solo ghiaccio con qualche lembo di mare aperto, il cielo è plumbeo ed una striscia arancione disegna l’orizzonte. Lo spettacolo è bello non c’è che dire, per un pomeriggio, forse per un giorno o due ma poi…Eppure uomini svernarono qui sorretti, da una capacità psico-fisica notevole e da un incrollabile coraggio alimentato anche dalla speranza…. di un ritorno in patria.
L’isola di Wilckzek è illuminata da un bellissimo sole. La delegazione austriaca sbarca per prima per recarsi sulla tomba di Otto Krisch e raccogliersi in una breve commemorazione culminata con la deposizione di un piccolo bouquet di fiori secchi. Quando raggiungo anch’io la località osservo la croce e la targa, in ottone, ancora ben leggibile. Penso all’illustrazione del libro che rappresenta il momento della sepoltura. Una scenografia tetra nettamente in contrasto con quella che mi circonda. Dal diario di Payer: “…il mesto e doloroso corteo mosse dalla nave per recarsi al più vicino promontorio dell’Isola Wilckzek, e là in una buca, tra colonne di basalto, fu sepolta la salma del macchinista...” Ma si sa che all’epoca, ancora assente la fotografia, i disegni non avevano solo lo scopo di rappresentare l’ambiente ma anche di suscitare le emozioni, le fatiche, le ansie, i sacrifici, le paure e trasmettere e sottolineare il coraggio, l’ardimento, l’eroismo a seconda dei casi.
Osservo in fondo alla baia dove la nave Teggetthoff fu abbandonata e si inabissò stritolata dal mortale abbraccio del ghiaccio, mentre la spedizione Payer, trascinando alcune scialuppe, incominciò la via del ritorno…( Dal diario di Payer: “…non è mai senza emozione il momento in cui un equipaggio si separa dalla sua nave, per abbandonarsi a tutti i rischi dell’ignoto….” )
Ci stiamo dirigendo verso Capo Norvegia situato nell’isola di Jackson e durante lo slalom vero e proprio fra isolette e pack l’attenzione è tutta rivolta ai trichechi che fanno la siesta sui lastroni di ghiaccio ed ogni tanto si immergono per inabissarsi sul fondale limaccioso alla ricerca di cibo, più precisamente dei molluschi bivalvi. Visti da vicino sono animali impressionanti che raggiungono e superano la tonnellata di peso, basti pensare che lo strato adiposo che li protegge dal freddo è di circa dieci centimetri.
Nelle prime ore del pomeriggio giungiamo all’isola di Jackson, mitico sito dove svernò Fridtiof Nansen con il suo compagno Johansen dopo aver passato più di due anni fra i ghiacci. Un palo con la targa ricorda l’impresa del norvegese che arrivò alla massima latitudine nord di allora: 86 gradi, 13 primi e 36 secondi. Ma più commovente è il tronco deposto sopra una buca di pietra. Questo era il rifugio che, ricoperto di pelli di tricheco, servì per trascorrere l’inverno. Tutti sanno della celebre frase che disse Stanley quando incontrò Livingstone: “Doctor Livingstone I suppose!” beh! Anche qui c’è una frase divenuta celebre quando Nansen sentendo un latrare di cani esce dalla buca e vede un uomo che avanza verso di lui (Jackson). Nansen lo riconosce mentre Jackson fa fatica a capire chi è quel selvaggio che gli viene incontro. Quando sono vicini Nansen si toglie il cappello e porgendo la mano semplicemente dice: How do you do?.
ma, grazie alla eccezionale giornata, mi regala una visione di fioritura incredibile: papaveri, sassifraghe viola, ranuncoli ed anche i licheni hanno una gamma di colori stupefacenti. Dicono che ci siano più di 27 tipi di piante e 25 varietà di licheni. Ma la mia Stella Polare mi chiama. La méta è ormai vicina e se tutto andrà bene, arriverò domani all’ultima isola quella del “Principe Rodolfo”, base della spedizione del Duca degli Abruzzi.
Durante la notte come sempre abbiamo navigato e questa volta spediti perché il canale Britannico è stranamente libero dai ghiacci. Devo dire che ieri sera mi sono riletto un po’ di storia per un approccio più attento.
Dal libro del Duca degli Abruzzi: ( “.. L’arcipelago dell’Imperatore Francesco Giuseppe, giudicato di difficile approdo dal Payer, era stato colla massima facilità raggiunto dalla Stella Polare e percorso fino a capo Fligely.” ….”L’isola del Principe Rodolfo era l’unica in vista…” “..A bordo regnava il silenzio, ma negli occhi di tutti si leggeva la gioia che la nave fosse arrivata a così alta latitudine…” ) . A dire il vero da questo momento la spedizione ebbe una fortuna variabile come il tempo atmosferico. Inoltrandomi fra i resti della base scientifica russa osservo i fantasmi aggirarsi. Tutto è fermo al momento dell’abbandono: congelato, spezzato dal vento, arrugginito dall’acqua. Eppure voci si spandevano nell’aria, che si tramutavano in grida quando qualcosa di nuovo accadeva. Quanta sofferenza!
Sembra impossibile che questo immenso lastrone di giaccio all’apparenza tanto innocuo sia così crudele e beffardo. Sembra facile camminarci sopra ed invece: dal diario della Stella Polare “….nel tentare di trovare un passaggio vado nell’acqua fino all’inguine, ma riesco a tirarmi su subito strisciando col ventre sul ghiaccio sul quale mi ero buttato d’istinto per non andare a fondo. Non ero ancora in piedi che le gambe, specialmente la sinistra, erano già incartocciate in un tubo rigido di ghiaccio formatosi sul pantalone e sullo stivale: fu così rapido il gelo dell’acqua appena a contatto dei miei indumenti freddissimi, che essa non ebbe il tempo di passare la stoffa né il cuoio delle calzature. Gran ventura questa che mi evitò una seria congelazione alle gambe…” Le case della base hanno le intercapedini imbottite di ovatta, doppi o tripli vetri e le stufe all’interno.
Il Cagni e i suoi compagni avevano le tende tanto che…” alla sera troviamo i sacchi di piuma gelati. Duri come il legno. Occorre tirare in due uomini per distenderli e poi ancora fare un grande lavoro per infilarvi la persona. Bene o male si riesce ad essere nel sacco di renna, non per dormire, ma per battere i denti lunghe ore. …sui pantaloni, sopra le ginocchia, sono delle placche di ghiaccio a guisa di ginocchiere da cavallo e placche di ghiaccio larghe o piccole, alcune così spesse da poterle raschiare col coltello: ne abbiamo un po’ dappertutto, specialmente sulle guance, sulla schiena e ovunque sia trapelato l’umido della traspirazione. Dopo qualche tempo che si è nel sacco, tutto il ghiaccio che è rimasto attaccato agli abiti incomincia a fondere, e malgrado la mancanza d’aria che rende l’interno del sacco soffocante, si prova qualche cosa di lontanamente simile al benessere; si è naturalmente nel fradicio, ma ci si può assopire senza battere i denti…”
Tuttavia con enormi sacrifici la spedizione continuò a marciare fino al: “…sulla cartolina ho scritto: 25 aprile 1900. latitudine 86° 31’ N. Longitudine 68° Est Green. Giunto a questo estremo limite incomincio la strada del ritorno….”
Anch’io riprendo la strada del ritorno ed ho le mie modeste ma beffarde sorprese:
il canale Britannico si è coperto di ghiaccio e si fa fatica a procedere ed a Capo Flora non si può sbarcare e così non mi resta che sognare, d’altronde come disse Fridtjof Nansen: “Il ghiaccio ed il chiaro di luna delle notti polari sembrano il sogno lontano d’un altro mondo, un sogno svanito, ma che sarebbe la vita senza sogni?”
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