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Dalla Val Camonica all’Iditarod in Alaska, sono tre anni che Roberto arriva al traguardo e spesso è l'unico concorrente a giungere al traguardo, nella categoria "a piedi".
Roberto Ghidoni racconta la sua ultima avventura
“Il Cammino del lupo. L’Alaska a piedi”.
Un libro presentato giovedì 11 Maggio 2006.
(a cura di Aldo Scaiano)
Dopo ben sei Iditatrial, Roberto ha terminato la settima scrivendo la sua esperienza in un libro edito da Insigna e presentato a Milano, sulla scia delle domande di Linus.
Oggi Roberto ha 54 anni e quando ha iniziato la sua prima Iditatrial nel 2000, aveva solo 47 anni!
Basta questo dato per evitare qualsiasi recensione del libro, oppure evidenziare che il curatore della prefazione scriva ben cinque pagine sulla complessa personalità di Roberto Ghidoni, confessando di “non aver mai conosciuto Roberto Ghidoni, ma ho la ragionevole certezza che non somigli per niente al tenue e loquace de Quincey”(!). Cribbio, è riuscito a realizzare “quel sogno artico” a cui Davide Sapienza sprona tutti coloro che amano il grande Nord, sulla scia di Berry Lopez…
Le semplici e naturali risposte di Roberto Ghidoni nella serata di presentazione, delineano un esatto profilo del personaggio, della sua forza e della sua tenacia: il libro è solo un episodio che consente di far emergere la forte e determinata personalità di Roberto.
Linus presenta l’ultima avventura di Roberto Ghidoni e percorre insieme a lui un breve tratto a passo lento…
A sinistra: Carlo Bottelli, Direttore Editoriale INSIGNA Edizioni.
Roberto Ghidoni mentre è intervistato… sofferente perché fermo e non in movimento.
Se la sua prima partecipazione all’Iditatrial del 2000 avviene a 47 anni compiuti, la sua preparazione inizia nel 1973, quando a vent’anni lascia la città di Milano per rifugiarsi in alta Val Trompia, nella ricerca di un diverso stile di vita: abbandona gli studi universitari e la vita cittadina per vivere e lavorare a contatto diretto con la natura e la realtà montana.
Le motivazioni?
Ne confessa due: il desiderio di silenzio e la necessità di incanalare quella forte energia che si trovava chiusa nella sua mente e nel suo corpo: “dovevo stancare il mio corpo, dovevo trovare una via d’uscita per quella carica di energia che avevo dentro, che mi metteva in ansia e offuscava la mia esistenza e le mie scelte future”. Mi ha ricordato il mio pediatra quando affermava che i ragazzi vanno uccisi, con lo sport.
La necessita di silenzio nasce dalla vita cittadina, dal forte momento di trasformazione della vita italiana, i primi anni settanta, condividendo quando afferma “come a scuola sia importante insegnare il silenzio, restare in silenzio per almeno due ore alla settimana”.
Ghidoni ritorna nelle sue zone, perché la famiglia era di Brescia e lui in Val Trompia vi passava i mesi estivi; piano piano abbandona l’università e inizia la sua vita di contadino di montagna, come si definisce. Sceglie una vita a contatto della natura, alleva mucche in alpeggio; sceglie il suo sogno, un sogno non facile, carico di incertezze, di fatiche e di doppio lavoro: addetto agli impianti di risalita (a volte in canottiera, come testimoniano amici e parenti), operaio addetto al turno di notte, in valle nella trafileria, perché le entrare sono sempre più basse delle uscite.
Roberto Ghidoni è dichiarato non idoneo all’attività sportiva, lo sci alpino, perché un incidente lo ha reso monocolo, un incidente durante il taglio della legna gli procura la perdita dell’occhio destro: “l’unico sport che i monocoli potevano fare a livello agonistico era il gioco delle bocce!”.
Rinuncia all’attività agonistica, rinuncia alla gare ma continua a correre, scende in fabbrica a piedi, risale sempre a piedi verso casa; corre lungo di alpeggi, attraversa i boschi, sempre per scaricare l’energia interiore e per ricercare quel silenzio che ritrova solo quando è in alta valle.
In effetti la preparazione all’Iditatrial inizia proprio con la sua esperienza di contadino-operaio di montagna, dove la tenacia e la costanza sono basilari per raggiungere la meta, dove la gara non è poi così importante rispetto al viaggio, all’immersione nella natura, alla necessità di adattamento e alla conoscenza di nuove persone quali i nativi Ingalik dell’Alaska.
Non sapendo l’inglese, Roberto parla con loro in dialetto bresciano, viaggia per 22 ore e dorme pochissimo. Si adatta da buon montanaro e se poi si apprende come il premio di partecipazione all’Iditatrial sua una semplice medaglia, si evidenzia come la vera motivazione alla gara sia proprio far emergere e incanalare quell’energia che è in lui, sin dalla nascita.
Il libro racconta le sue scelte di vita, la sua esperienza di contadino di montagna, il suo approccio e rinuncia all’attività sportiva, la sua folgorazione quando visiona una videocassetta e incontra l’Alaska e la corsa verso Nome. Il libro riporta l’esperienza della prima Iditatrial del 2000 e i diari di gara del 2003, 2004 e del 2005.
Solo chi legge il libro scopre come sia riuscito a farsi giudicare idoneo all’Iditatrial e quale segreto si celi dietro l’uso della scolorina…
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