UNO DI QUESTI NUNAVUT
di Davide Sapienza
L1 aprile 2009 si celebra il decennale della costituzione del tredicesimo territorio canadese, il Nunavut. la storia dei land claims, rivendicazioni territoriali che stanno scuotendo il Canada in lungo e in largo visto che non erano mai stati stipulati trattati con i popoli aborigeni dellenorme area conosciuta come Canada (la seconda nazione al mondo per estensione).
Tante cose sono cambiate dal 1999. Quel giorno entr in vigore un provvedimento discusso per circa trentanni da tanti Inuit che si erano battuti per vedersi riconosciuto ci che era di diritto naturale gi loro – proprio quello vuole dire Nunavut, la nostra terra.
Il viaggio compiuto tre anni fa a Iqaluit mi aveva fatto scrivere quello che trovate nellarticolo di DIARIO allegato a questa newsletter: il discorso di fondo resta quello e ho voluto parlarne per Circolo Polare con il regista Zacharias Kunuk di Iglooliq, Nunavut, dove la sede Inuit della Isuma Productions di cui stato fondatore, con Norman Cohn, negli anni ottanta. Zack il geniale regista del pluripremiato Atanarjuat – The Fast Runner (2001), di The Journals of Knud Rasmussen (2006), il creatore del primo portale per registi indigeni, Isuma Tv (www.isumatv.ca).
Kunuk vive nel suo villaggio di 1500 abitanti e in un giorno qualsiasi di marzo ha voluto scambiare due chiacchere: cosa accaduto in questi 10 anni? Che cՏ sempre pi stato nelle cose del Nunavut, che arriva tanto denaro e non si capisce bene come viene speso. Oggi dobbiamo provvedere completamente a noi stessi, a differenza di prima della nascita del Nunavut. Per esempio, una volta lanno arriva un carico via mare con tutto loccorrente per dodici mesi. Nel 2008 arrivato la benzina al massimo storico e abbiamo dovuto affrontare questa emergenza da soli. Io credo che invece il governo, che adesso ci impone licenze per qualsiasi cosa e, debba provvedere a cos pochi abitanti in una terra tanto grande (ndr: 25.000 in un territorio sette volte lItalia).
Kunuk ben rappresenta lo spirito fiero e libero degli Inuit. Mi ha raccontato che gli anziani sono arrabbiati
con il simbolo dellInukshuk che ha fatto il giro del mondo in questi dieci
anni (sembra un robot scomponibile!), perch lInukshuk
tradizionale, lometto e segnavia in pietra – usato anche come deposito
di cibo demergenza per chi si perde nella tundra e nei ghiacci – non
fatto cos: quello che vedete adesso ovunque, simbolo turistico del
Nunavut, serviva a indicare il punto in cui era morto qualcuno.
Simboli simbolici di come il simbolismo riesca a cambiare la nostra percezione. Sembrano dettagli, ma quando si tocca la simbologia di un popolo e la si usa a proprio piacimento, qualcosa non va.
Da noi ci sono enormi giacimenti di petrolio, di oro, di diamanti. Verranno sfruttati, intanto a noi danno qualche migliaio di dollari per festeggiare il decennale nel villaggio. Per la democrazia ci permette anche di capire che queste cose possono cambiare, infatti se cՏ una cosa positiva di questi dieci anni che molti Inuit hanno preso coscienza della propria identit. Abbiamo problemi, molti giovani si suicidano, per almeno adesso sappiamo cosa contestare e abbiamo migliori capacit di comprendere i meccanismi governativi. Gli europei, nella storia, ci han trattato sempre come bambini ma adesso siamo cresciuti, la coscienza di chi siamo cresciuta. A breve inizier a girare un nuovo progetto Inuit Knowledge: Climate Change. Siamo noi che viviamo a nord e i cambiamenti climatici sono provocati dal mondo che sta a sud. Noi per primi abbiamo la percezione del cambiamento.
Lanno scorso il governo canadese aveva rifiutato di finanziare il progetto, dando i fondi ad altri documentari fatti da figure esterne al mondo artico. Tante sono le cose da fare ma tante sono quelle che stanno succedendo nel lento scorrere della terra – anzi, della nostra terra. Ascoltando di pi e imponendo di meno, forse capiremo come bello vivere senza credere che luomo sia per forza la cosa pi importante sulla faccia del pianeta.
Cambiamenti climatici o
meno, il primo cambiamento che urge sta nellapproccio dei governi alle
problematiche di territori dove ci sono gi popoli che hanno resistito millenni
senza interventi esterni – che quando sono arrivati, hanno solo provocato
gravi disastri sociali e la fine di intere civilt. Per loro e largento, per
una visione della vita miope, rapace, inaccettabile spiritualmente e
materialmente. E mai nel nome della nostra terra. Auguri Nunavut.